Dal ricovero alla caverna mistica: la conquista dello spazio architettonico

” Messo piede a Creta, frequentò gli iniziati di Morgo, uno dei Dattili dell’Ida, dai quali fu anche purificato con la pietra del fulmine, all’aurora steso a bocconi presso il mare, di notte incoronato presso un fiume con i velli di un montone nero, disceso nella grotta detta Idea con lana nera, rimase lì tre volte i nove giorni prescritti e sacrificò a Zeus…”[1].

La tradizione iniziatica ha, da tempo immemorabile, riconosciuto nel rito della grotta, nell’equiparazione della cavità terrestre ad allegoria metaforica dell’interiorità umana, le origini del percorso introspettivo all’interno del Sé, punto di partenza del Gnosce te ipsum del saggio. Pitagora di Samo,  tra i primi grandi Iniziati del mondo filosofico occidentale, si adegua all’insegnamento sapienziale misterico di derivazione dal vicino Oriente; e, come racconta Porfirio nel brano riportato in epigrafe,  si sottopone alla  prova simbolica di rinascita, calandosi per il tempo di un ciclo lunare, nell’inquietante Antro Ideo, fra i monti dell’isola di Creta.

L’acronimo massonico VITRIOLVM [2], di quella remotissima pratica, rappresenta l’aggiornamento interpretativo in chiave di lettura esoterica.

Si è già ricordato come Platone abbia fatto ricorso all’armamentario immaginifico della caverna , delle ombre proiettate sulle sue pareti, di fittizie figure che, all’ingresso della grotta stessa,  scorrono dinanzi ad una fonte luminosa e costituiscono soltanto una simulazione della verità; il tutto al fine di costruire la propria, personalissima parabola dell’illusorietà del mondo visibile, della realtà sensibile.

La grotta ha, quindi, assunto nel mondo mediterraneo la valenza di un luogo arcano, al cui interno l’uomo scopre il canale di collegamento con le viscere della Gran Madre. Tutte le leggende legate al senso misterioso della Natura generante hanno a che fare, in qualche modo (anche di rimando), con gli elementi della terra: i suoi reconditi anfratti, le sue vene sotterranee.

Il mito mitraico della tauroctonia trova la sua ambientazione iconografica in un antro rupestre.

Ma anche la nascita del Cristo è  situata, dalla tradizione popolare, in una grotta.

Così come sotterraneo è  il carattere delle catacombe paleocristiane.

Né si può dimenticare l’antica tradizione bizantina, secondo la quale l’evangelista Giovanni ebbe le tremende visioni dell’Apocalisse presso una caverna rocciosa nell’isola di Patmos, tuttora grandemente venerata nel mondo ortodosso.

l valore mistico della grotta ha riscontro, anche in tempi moderni a noi più vicini, nelle teofanie mariane proprie del miracolo latino-cattolico,  da Lourdes a Fatima.

Le apparizioni  avvengono, puntualmente, in prossimità di isolati e silenti recessi,  di grotte; a riprova di quanto il soprannaturale, il senso del sacro si confaccia a questi autentici veicoli di comunicazione fra terreno ed ultraterreno.

Persino un luogo di culto laico e politico come le Fosse Ardeatine, cioè una cava di tufo alle porte di Roma, tristemente nota per l’efferato crimine di guerra ivi consumato dalla ferocia nazi-fascista  [3], conserva una fortissima  carica evocativa legata all’aspetto oscuro e inquietante di quel luogo infero (pregno di sangue sacrificale).

Nelle nostre moderne e indifferenti megalopoli, in risposta confortevole ai rigori dell’inverno, le gallerie sotterranee delle stazioni metropolitane si offrono come riparo agli intirizziti clochards. Quasi si trattasse del tiepido grembo della madre terra che avvolge, nel suo rassicurante abbraccio, i figli rifiutati dalla buona sorte.

Se il mondo sotterraneo è stato sempre visto, nell’immaginazione religiosa degli antichi popoli indoeuropei, come il  luogo fisico adatto ad ospitare la dimensione ultramondana dell’anima dopo la morte; la grotta è la fessura materiale che agisce da corridoio fra aldiquà e aldilà,  fra realtà sensibile e metafisicità.

Sarà stimolante provare ad immaginare, cioè a ricostruire per immagini  autentiche e verosimili, il modo effettivo (ed umano) in cui quei nostri oscuri antenati dell’età della pietra, si accostarono materialmente all’esperienza vera delle loro figurazioni, in una qualsiasi delle più o meno note caverne dell’Europa occidentale, siano esse decorate di bufali o di stambecchi.

Eccolo lì il nostro artista/apprenti sorcier che deposita, nel buio della grotta, i guizzi emozionali del proprio sentire; che incrosta nella volta rocciosa le accensioni fantastiche della propria memoria,  come per affidarle al fondo oscuro della propria coscienza.

Innanzi tutto, non a caso e non involontariamente, egli ha scelto un luogo nascosto e di difficile accesso; vi si è addentrato sino agli spazi più profondi e terrificanti. Cioè, selezionando e piegando quello spazio alle proprie esigenze magico-espressive, egli finisce con l’appropriarsene; simbolicamente, crea uno  spazio che (e perché) gli sia utile.

Oltretutto l’oscurità fisica della caverna, quelle tenebre che rendono necessario ricorrere a fiaccole ed improvvisare falò per poter graffiare  sagome di animali sulle pareti più lisce,  stanno a confermare la complessità  oggettiva  richiesta dall’operazione. Alla quale si aggiunga, poi, l’incombenza di doversi procurare le terre colorate o i carboni per disegnare le figure figurativamente più ricche (con l’ausilio di rudimentali ponteggi provvisionali per  raggiungere le scomode volte).

Premesso, quindi, che quella del nostro ignoto artefice   è un’azione conscia  e voluta, non si può tacciare – come talora avviene – l’arte paleolitica di essere inconsapevole ed istintiva. Altrimenti, si sarebbe potuto scegliere  siti meno inospitali e modalità meno complicate. Qui non si ritrae una mandria di bisonti per il proprio diletto estetico, o per poterla esibire. Figurazioni maestose e di elegante fluidità segnica  come quelle di Lascaux o Altamira non potevano essere fruite, cioè fisicamente viste e godute, se non nel corso di chissà quali riti e cerimonie, durante cui era necessario mantenere accesi  dei  fuochi.

Se ci soffermiamo sulla difficoltà dell’accensione e della conservazione della fiamma, meglio comprendiamo il carattere sacro del focolare e l’importanza che rivestiva l’addetto alla sua custodia [4].

Non si tratta, dunque, di grotte adattate a ripari comuni, a ricoveri per la  quotidianità, bensì di antichissimi santuari dei primordi, la cui eccezionalità  è sottolineata proprio dalla esuberanza  fantasmagorica dell’apparato iconografico. Quali riti vi si compissero si può solo supporlo, magari per analogia con i comportamenti osservati, anche nel corso del primo Novecento, presso popolazioni tribali dell’Africa o dell’Oceania.

Si è soliti credere che vi si riunisse per propiziare le spedizioni di caccia, lanciando lance e frecce sull’animale raffigurato, la cui essenza viveva nell’immagine costruita dallo stregone.

All’origine dell’artista c’è un mago? La pratica dell’arte è, dunque, magia?

In conclusione, non possiamo non concordare con la tesi sostenuta da  Andrè  Leroi – Gourhan [5] il quale attribuisce all’uomo del paleolitico una cognizione, potremmo dire,  architettonica  dello spazio della caverna. Lo studioso francese, ha elaborato quasi un tabulato statistico-numerico (scaturito dallo studio delle numerose grotte da lui visitate tra Francia e Spagna), osservando una ricorrenza di soggetti ed una concordanza, non casuale ma forse cultuale, della loro distribuzione all’interno della grotta stessa [6].

Cioè l’uomo paleolitico sembra avere organizzato programmaticamente i percorsi e gli ambienti che costituiscono la caverna sacra, secondo l’uso e le finalità del rito. Quasi sempre, esiste una vasta aula centrale e tutta una serie di cavità secondarie.

E’ sì vero che si tratta di ambienti naturali; ma averli reperiti e, sia pur schematicamente, scanditi secondo una spazialità ponderata, suddivisi per sottoinsiemi, è sintomo di una conquista di quello stesso spazio, secondo un andamento  tridimensionale.

Naturalmente è più corretto parlare di uno spazio simbolico, mentale e di  architettonicità in nuce.

arch. Renato Santoro, Roma 2014

NOTE BIBLIOGRAFICHE

[1]  Porfirio, Vita di Pitagora, Cap. 17, Rusconi, Milano 1998, pag.147.

[2] Visita Interiora  (o Inferiora) Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem, Veram Medicinam Cfr. R. Guenon, Il re del mondo, Adelphi, Milano 1977, nota 23 a pag. 77.

[3]  Il 24 marzo del 1944 i tedeschi di stanza a Roma, agli ordini del generale Kappler, decimarono – per rappresaglia all’attentato del giorno prima in via Rasella, nel quale erano saltati in aria 32 soldati delle SS – 335  civili italiani (ebrei, detenuti politici o per reati comuni,  passanti malcapitati), condotti alle cave di tufo e pozzolana sulla via Ardeatina ed eliminati, uno dopo l’altro, con un colpo di pistola alla nuca.

[4]  Si pensi alle Vestali dell’antico culto latino.

[5]  Cfr. A. Leroi-Gourhan: Préhistoire de l’art occidental, Parigi, 1965.

[6] “…Analizzando statisticamente la posizione di più di 2.000 rappresentazioni di animali distribuite in circa 60 grotte, Leroi-Gourhan giunge a schematizzare la distribuzione, in una grotta ideale, delle diverse specie nella “zona di ingresso”, negli “ambienti periferici”, nel “vano centrale”, nella “zona di passaggio” e nell'”area posteriore”.” Cfr. Dizionario Enciclopedico di architettura e urbanistica, Istituto Editoriale Romano, Roma, 1969; sub voce Preistoria.

antro ideo Creta

Antro Ideo, isola di Creta

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